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08-09-2015

Siamo tutti broadcaster: Aylan e l'informazione ai tempi dei social

Immigrazione, profughi, rifugiati, accoglienza, frontiere. Le parole chiave intorno a cui ruota l'informazione in questi giorni sembrerebbero riportarci indietro nel tempo, ad un'epoca in cui per essere felici si legava la propria valigia di cartone con uno spago e si salpava, diretti al di là dell'oceano. In effetti queste storie di terre promesse e fughe da scenari di miseria, negli ultimi anni, sono state tutt'altro che straordinarie. C'è un fatto nuovo, però: una foto, che ha fatto il giro dei social. Quella di Aylan, tre anni, morto annegato nel tentativo di trovare scampo dalla guerra in Siria.

Il caso ha fatto molto scalpore, ne parlo ora perché a mente fredda forse si riesce a ragionare meglio. L'oggetto del contendere era la necessità di diffondere o meno uno scatto così crudo. Le motivazioni fornite da chi ha pubblicato sulla propria testata o sul wall di Facebook/Twitter la foto del corpo di Aylan sono più o meno queste: "non lo faccio per sensazionalismo, voglio sensibilizzare chi mi legge e sbattere in faccia ai razzisti le conseguenze della propria vergognosa immoralità". Dall'altro lato, invece, quelli che no, neppure volevano immaginarla una scena del genere, figurarsi trovarsela davanti ogni volta che accendevano il computer (o compravano il quotidiano: sì, i quotidiani ci sono ancora, anche se sono ridotti al fantasma di se stessi). L'accusa? Sensazionalismo spiccio o sostanziale inutilità: pubblicare una foto del genere non aumenta la sensibilità al tema dell'immigrazione – era la tesi -, al contrario anestetizza al dolore e ci rende più cinici.

Ammettendo la buona fede dei primi, pur simpatizzando con i secondi è difficile stabilire torto o ragione. Il discrimine, in casi come questo, è più che mai la coscienza individuale. Due considerazioni, però, occorre farle. La circolazione sui social della foto del piccolo Aylan ha contribuito non poco a smuovere l'opinione pubblica (che, contrariamente a quello che si pensa, non è l'opinione dei cittadini ma degli apparati politici e istituzionali) e probabilmente ha favorito il cambio di rotta che in queste ore si registra in Europa, con la Merkel che apre le frontiere, l'Ungheria messa sotto accusa per i suoi confini “spinati” e i razzisti e gli xenofobi che perdono terreno nei sondaggi. Il secondo aspetto che colpisce di questa faccenda si ricollega al primo: nell'epoca dei social è impossibile sottrarsi ai contenuti. La circolazione delle informazioni è diventata estremamente pervasiva: anche se non volevi, non potevi ignorare quella foto, ti arrivava sotto forma di notifica da gruppi, pagine, profili amici.

Facebook, nello specifico, detta l'agenda. In Italia sono 15 milioni gli iscritti, meno di un terzo dell'intera popolazione, eppure tanto basta perché un fatto che accade sul social di Zuckerberg si trasformi in una notizia. Dunque rassegniamoci: l'epoca dell'informazione tradizionale, pilotata dall'alto, istituzionale, è tramontata. Grazie ai social e ai dispositivi mobile siamo tutti produttori di contenuti, ovvero broadcaster (il che non significa che non siamo manipolabili...) e, soprattutto, tutti potenzialmente raggiungibili, in qualsiasi momento. Meglio questo o essere all'oscuro, isolarsi dal mondo digitale? A voi la scelta.

 



Team Sinkronia